Una Voglia da Morire

 

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Locandina

‘Damn the lot of you!’

Sourceall credit to Renato Venturelli/Cineteca D.W. Griffiths

In search of forgotten films. In the era of DVD, TV, Satellites, YouTube and various torrent sites, the D.W. Griffith’s film archive continues to resurrect films which have disappeared from circulation and are fading into obscurity. The latest offering is ‘A ‘Una Voglia da Morire’ (1965) by the Genoese Duccio Tessari, a film shot for the most part in Arenzano, a sarcastic attack on the cynicism and hypocrisy of middle-class Italians during the boom years which was banned on the grounds of obscenity, and when it was finally released didn’t have a real distribution.

Since then it has become an invisible film, forgotten by everyone. Written by Tessari and based on a initial treatment by Enzo Gicca and Enzo Battaglia, it starts off in Arenzano with the death of a prostitute killed in the street, and then moves setting to the wealthy Milanese middle-classes: the murdered woman was the wearing shoes and underwear of a wealthy lady, a businessman from the Po valley discovers in the newspaper that the license plate of the car involved belongs to his wife, a friend of his (?) after a holiday on the French Riviera, and the truth slowly starts to come out: the wives of these two gentlemen had gone on holiday to Arenzano for a few days, started seducing men to relieve their boredom, and so they had taken to hooking on the streets to find out if the (?) meglio la sfrontatezza dell’una (Regine Ohann, the victim) or the more discreet seduction techniques of the other (Annie Girardot).

Alberto Lionello is the concerned husband who runs to the grand hotel in Arenzano to investigate what has happened to his wife, but it’s Raf Vallone who dominates the scene as the cynical self-made businessman who knows no moral scruples. Each one of his scenes is a (?) sarcastic one-liners, he’s the man who came up from nothing who knows he isn’t protected by class and so must always (?) in the most (?) manner. He married Giardot, from a good family, but then calls her ‘the countess’ and (?) his social and moral pretenses: “Don’t talk about dirt, you only know about the dirt in Ischia!”. And he (?)

Alberto Lionello è il marito preoccupato che corre nel grande albergo di Arenzano per indagare su quanto è successo alla moglie, ma a dominare la scena è Raf Vallone nella parte dell’imprenditore cinico che s’è fatto da sé e non conosce scrupoli morali. Ogni sua scena è un fuoco di fila di battutacce sarcastiche, è l’uomo venuto dal nulla che sa di non avere protezioni di classe e che quindi deve sempre cavarsela nel modo più spregiudicato. Ha sposato la Girardot, di famiglia bene, ma poi la chiama “la contessa” e irride le sue pretese di coscienza sociale e morale: “Non parlare di fango, tu conosci solo quello di Ischia!”. E lei ribatte contrattando sistematicamente il proprio matrimonio: ho sempre vissuto nel lusso, quando rischiavo di perderlo ti ho sposato e tu ti sei impegnato a garantirmelo…
La spavalderia con cui Tessari negli anni ’60 giocava allegramente con i generi, dal peplum al western, smontandoli implacabilmente (“la grossa differenza tra me e Sergio Leone è che lui ci crede e io no…”), s’incanala qui in un gioco al massacro dell’etica borghese che esibisce il sorriso beffardo e il compiacimento cinico dietro la critica sociale. La riviera ligure diventa così il luogo del peccato a portata di mano per una borghesia sempre pronta all’accomodamento feroce e ipocrita al tempo stesso, cui tutti finiscono per offrire la propria complice disponibilità.
In mezzo, Tessari si ritaglia una particina come attore, sfoggia qualche frecciata criptata (si sente il cognome di un famoso proprietario di sale cinematografiche genovesi dell’epoca…), martella la colonna sonora con la Mina di “E’ l’uomo per me” ed offre a Raf Vallone uno dei personaggi più debordanti della sua carriera. Il continuo slittamento dei generi ci ricorda inoltre che queste conclusioni imperniate sul più beffardo disincanto non erano solo la conseguenza della possibilità anni ’60 di affondare più apertamente nella critica sociale rispetto al passato, ma funzionavano anche come soluzioni formali, compiaciuti finali ad effetto, parenti prossimi dei colpi di scena. E’ il pessimismo comico tanto amato dallo spettacolo dell’Italia del boom.
E Tessari mescola nella “Voglia da morire” il gusto per l’intrigo giallo con la commedia all’italiana, la critica divertita al cinismo ipocrita con i tentativi di affrontare più liberamente l’erotismo: un esempio di quello che il regista definiva un cinema dove l’impegno c’è, ma senza virgolette. “Sono convinto – scriveva – che spettacolo e divertimento siano alla base del giuramento di Esculapio che un autore cinematografico deve fare con se stesso e con il suo pubblico”.
All’epoca, il film venne comunque accolto anche come un’incursione di Tessari in un cinema più serio ed impegnato rispetto alla sua produzione più schiettamente di genere. Al tempo stesso, la storia delle signore milanesi che si mettono a battere il marciapiede in Riviera agganciando camionisti creò ovviamente problemi, provocando quel sequestro che sta all’origine della scarsa circuitazione e dell’insuccesso commerciale. “La Procura della Repubblica di Lucca il 20 luglio 1965 procede al sequestro del film e l’8 gennaio 1966 condanna Duccio Tessari a sei mesi di reclusione e lire 60.000 di multa per aver diretto un film’osceno’; viene comunque concessa la sospensione condizionale della pena. Il 5 ottobre 1967 la Procura d’Appello di Firenze procede al dissequestro della pellicola e assolve Tessari, lo sceneggiatore Gicca Palli, il soggettista Enzo Battaglia e il produttore Sergio Sabini (anch’essi condannati in primo grado)”, ricorda Fabio Melelli nel suo Kiss Kiss…Bang Bangil cinema di Duccio Tessari, appena uscito per le edizioni Bloodbuster.
Il dissequestro avvenne peraltro troppo tardi per far riavere a Una voglia da morire una normale circuitazione. “Il film era completamente sparito dalla circolazione – ricorda Massimo Patrone della Griffith – Oltre a noi, ne hanno una copia unica alla Cineteca Nazionale, ritrovata avventurosamente dentro scatole che avevano la scritta di tutt’altro film…”. (renato venturelli)

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